Empoli: Amministrative 2024 dal Csa Intifada: L’utopia è là nell’orizzonte

🔴 Documento del Csa Intifada/Comunitàinresistenza Empoli

Empoli, Amministrative 2024 👇

👉L’utopia è là nell’orizzonte.👇

Per le elezioni comunali del prossimo anno si comincia a delineare un primo panorama degli schieramenti in campo, tra cui si presenta l’ipotesi di una coalizione ampia e diversa che si propone come alternativa alla destra meloniana e al centro sinistra del Pd.

Dalla Comunità in Resistenza/Centro Sociale Intifada seguiamo con attenzione le discussioni che stanno emergendo attorno a quella proposta, e sentiamo il bisogno di condividere alcune riflessioni per esplicitare la nostra posizione.

Le passate elezioni ci videro protagonisti con la lista Empoli Ecologista  che fu un tentativo di mettere insieme una serie di soggettività ambientaliste del territorio, per provare a dare priorità nella agenda politica alla questione ambientale/crisi climatica, esperienza che sicuramente ci ha arricchiti nel confronto con le tante persone che abbiamo incontrato durante la campagna elettorale.

Al termine delle elezioni l’esperienza Empoli Ecologista non ha avuto la forza di camminare con le proprie gambe e nei fatti è terminata lasciando però un percorso importante.

Per le prossime elezioni, dopo un attenta riflessione tra le compagne e i compagni della Comunità in Resistenza abbiamo deciso di non partecipare a nessuna coalizione elettorale.

Continueremo a concentrare le nostre energie nella costruzione di aggregazione alternativa e conflitto sociale dal basso, ma osserveremo con interesse i passi che muoverà la sinistra alternativa al Pd con l’intenzione di dialogare e confrontarci con rispetto.

Per giustificare e argomentare la nostra posizione, condividiamo di seguito alcune riflessioni preliminari attorno all’orizzonte in cui inseriamo la nostra pratica politica, così come al contesto specifico della politica locale empolese.

È importante per noi ribadire le nostre origini, iscritte nella profonda rottura che certi settori militanti e proletari sancirono con le tradizionali organizzazioni del movimento operaio, in particolare il #PCI, tra fine anni ’60 e gli anni ’70.

Da allora prese forza un’ipotesi di cambiamento sociale che fino ad allora aveva avuto un peso minoritario all’interno dei movimenti sociali per l’emancipazione: che il principale mezzo per la costruzione di una società più giusta non risiede nell’occupazione degli spazi del potere politico formale attraverso un governo che faccia gli interessi dei settori popolari e dei lavoratori, ma nella partecipazione e la conflittualità sociale dal basso -cioè quelle che emergono dai luoghi immediati di vita, di lavoro e di aggregazione- volte a generare un reale intervento dei cittadini nelle decisioni che riguardano questioni collettive.

Una pratica politica che non punta al raggiungimento del potere, ma, come affermarono una volta gli zapatisti, che si pone l’obbiettivo di creare un nuovo rapporto tra i governanti e i governati, dove i primi obbediscano ai secondi.

Su questa ipotesi sono sorti centinaia di centri sociali dagli anni ’80 fino ad oggi. Essa configurò una nuova idea di pratica politica, un “altro modo di fare politica” la chiamarono poi i ribelli del #Chiapas, che provava a rompere con le gerarchie e i tatticismi dei partiti, per scommettere invece sul protagonismo ampio della gente nella gestione di questioni di interesse collettivo e sulle azioni dirette per stabilire miglioramenti e conquiste concrete nel “qui ed ora”.

Una pratica non solo politica in un senso stretto, che provava sia ad avvicinare le persone comuni alle questioni di interesse pubblico, ma anche a sovvertire la solitudine e l’individualismo in cui siamo sempre più relegati, per puntare sulla creazione di spazi e situazioni in cui si riproducono relazioni sociali alternative basate sulla cooperazione e la solidarietà.

Questa è la nostra storia e il nostro orizzonte di riferimento. Intanto gli anni sono passati, il mondo è cambiato così come sono cambiati i centri sociali. Le disuguaglianze e le ingiustizie della società del denaro nella quale viviamo non sono invece diminuite e l’orizzonte di un cambiamento radicale è ancora più urgente.

Le recenti tendenze verso l’intensificazione, sul piano soggettivo, della società del consumo, della competizione e dell’individualismo; così come, sul piano economico e politico, del protagonismo di attori non statali e del capitale finanziario; hanno mostrato che l’intuizione rispetto a un intervento politico non centrato solo negli spazi del potere formale, e non limitato ai militanti o professionisti della politica, sembra sempre più pertinente.

Questo non vuol dire che i centri sociali e le posizioni al loro interno siano rimasti uguali: se inizialmente assumevamo la forma di collettivi politici di militanti radicali, molti si sono trasformati, diventando laboratori sociali che si intrecciano con il tessuto sociale dei territori, provando a combinare la pratica del conflitto con il mutualismo e l’aggregazione non mercificata.

A Empoli abbiamo adottato questa trasformazione più di 10 anni fa, quando abbiamo sancito il passaggio dal tradizionale Centro Sociale a questa pratica collettiva attuale che chiamiamo Comunità in Resistenza, la quale combina l’orizzonte della politica dal basso con interventi collettivi specifici come il Gruppo d’Acquisto Solidale, la Palestra Popolare csa Intifada, il Laboratorio Teatrale.

Se arriviamo all’oggi, ci chiediamo se questa “altra forma di fare politica”, sia da sola sufficiente e all’altezza delle sfide attuali.

Noi pensiamo di no. La crisi di partecipazione nei movimenti sociali nel mondo e l’apparente rassegnazione e individualismo sempre più diffusi; ma anche la difficoltà dell’autonomia Zapatista (EZLN Chiapas) nell’espandersi e attrarre nuovi territori di fronte alla guerra di bassa intensità dello stato e dei gruppi criminali in Messico; oppure la criminalizzazione del dissenso, lo sgombero di spazi sociali e la disumanizzazione del dibattito pubblico con l’attuale governo Meloni; ci mostrano che l’ipotesi della costruzione dal basso della società alternativa non è sufficiente se non si intreccia con altre forme o ambiti dell’intervento politico, come ad esempio quello tradizionale di tipo elettorale.

Per questo, non consideriamo che la politica elettorale o istituzionale non serva a niente, né che sia di per sé un ostacolo al cambiamento sociale. Pensiamo invece che è necessaria una sinergia tra quei settori della politica istituzionale realmente intenzionati a combattere le ingiustizie e le istanze autorganizzate nella società.

Veniamo ora al contesto specifico del nostro territorio.

Un tentativo di concretizzare questa sinergia tra i differenti livelli dell’intervento politico è stato pochi anni fa, quando decidemmo di partecipare insieme ad altri nel promuovere la lista Empoli Ecologista.

Quello della politica ufficiale non è lo spazio in cui sappiamo muoverci, ma abbiamo provato quella scommessa perché credevamo nella necessità di inserire nel dibattito pubblico locale la preoccupazione ambientale, in quanto tematica che, da una parte, è sempre più urgente affrontare, e, dall’altra, intreccia al suo interno una molteplicità di livelli e di questioni che riguardano le ingiustizie e la ricerca della vita dignitosa nella contemporaneità.

Nonostante i limiti di intervento che le norme elettorali attribuiscono ai consiglieri di minoranza nella politica locale, riconosciamo e apprezziamo il lavoro svolto da Beatrice Cioni in questa direzione. Inoltre, gli eventi locali e globali di questi ultimi anni hanno mostrato che l’intuizione attorno alla questione ecologica è stata pertinente, se consideriamo l’aggravarsi degli effetti del cosiddetto cambio climatico e se pensiamo alle questioni locali specifiche che ci hanno interessato, dall’abbattimento dei tigli, al criminale sversamento del Keu, fino alla proposta del gassificatore.

Tali questioni ambientali si sono convertite in spazi di incontro e partecipazione in cui tante persone, molte di esse lontane dalla militanza politica tradizionale, si sono avvicinate alla preoccupazione per le questioni collettive.

In altre parole, hanno mostrato che l’apparente individualismo e rassegnazione che sembra dominare la nostra società, possono increparsi di fronte a questioni che riguardano le condizioni e gli ambienti immediati della vita delle persone.

Il movimento contro il gassificatore è un esempio paradigmatico: chi avrebbe mai immaginato che così tante persone sarebbero state disposte a mettersi in gioco in quella lotta collettiva?
Un ulteriore segnale che emerge da quel movimento è un possibile scollamento tra il Partito Democratico e le sue basi elettorali.

Se la vergognosa complicità dei governanti locali sul caso Keu aveva già avviato questo processo, la gestione comunicativa e politica della proposta del gassificatore ha probabilmente generato un punto di non ritorno.

Dobbiamo interpretare tutto questo in un potenziale spostamento a sinistra dell’elettorato empolese deluso dal Partito Democratico? Quindi, si aprono spiragli di consenso elettorale in quella direzione?

Non lo sappiamo. Crediamo che è necessaria molta cautela per rispondere a queste domande. Quello che a noi il movimento ci ha mostrato è innanzitutto che esistono margini di iniziativa e partecipazione della gente in questioni che riguardano direttamente la vita di chi abita nel territorio, aldilà della periodica partecipazione nelle urne. In questo ambito vorremmo continuare a spingere il nostro intervento.

Il movimento contro il gassificatore è stato anche un esempio di quella che potremmo definire come sinergia tra rappresentanti nelle istituzioni e la politica dal basso.

Il lavoro dei consiglieri Beatrice e Leonardo, così come quello del Comitato Trasparenza per Empoli, è stato fondamentale nel creare le condizioni di esistenza del movimento e nel gestire certi suoi passaggi.

Ma questo intervento non avrebbe raggiunto la sua portata e la sua efficacia senza la partecipazione di migliaia di persone, che hanno permesso di creare un’assemblea popolare e poi di presentarsi nella forma della mobilitazione di massa.

Per noi sta lì il cuore della questione: il movimento ci ha mostrato che ci sono le condizioni sociali e soggettive per implementare lotte specifiche su questioni immediate di interesse collettivo del nostro territorio e che la sinergia tra gli spazi della politica formale e quelli dal basso potenzia la capacità collettiva di resistere alle ingiustizie. Da qui siamo pronti a ripartire e siamo disposti a farlo insieme ad altri, sia chi lotta dal basso che chi prova a farlo genuinamente nelle istituzioni. 

Per concludere, ci auspichiamo che un eventuale coalizione di sinistra alternativa al Pd riesca a trovare dei punti di rivendicazione comuni e posizioni non ambigue attorno a quelle questioni centrali che emergono dalle attuali lotte contro le ingiustizie: dall’ecologismo radicale, al transfemminismo, alle lotte contro lo sfruttamento nel lavoro e contro tutte le discriminazioni.

In quel caso troverete in noi degli interlocutori disposti a dialogare e collaborare. Da parte nostra, ribadiamo che lo spazio in cui sappiamo meglio intervenire, e quello in cui diamo maggiore senso al nostro intervento, rimane quello che sta in basso, non nei palazzi del potere.

Per questo, continueremo a intervenire nella costruzione di conflitto e aggregazione nella nostra città, perché è quello che sappiamo fare e dove possiamo dare il nostro contributo.

L’utopia è là nell’orizzonte. Mi avvicino di due passi e lei si distanzia di due passi. Cammino 10 passi e l’orizzonte corre 10 passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai. A che serve l’utopia? Serve per questo: perché io non smetta mai di camminare”

Eduardo Galeano

CSA INTIFADA/Comunità in Resistenza Empoli