
Intervento del CSA INTIFADA /Comunità in Resistenza Empoli per la due giorni di Bologna
“Se viviamo, viviamo per calpestare i re”
(Enrico IV, Parte 1, Atto V, Scena II )
La situazione nel nostro paese è ogni giorno più grave, con un impoverimento diffuso causato innanzitutto da salari inadeguati che non crescono da oltre venti anni, un aumento delle disuguaglianze e una grave precarizzazione delle vite, che intensifica la ricattabilità dei lavoratori e sembra annullare quei pochi margini di possibilità di lotta collettiva per migliorare le proprie condizioni. A questo si aggiungono le politiche di riarmo e di guerra che si affacciano all’orizzonte e che nel futuro prossimo porteranno ancora più povertà, taglio ai servizi sociali, e, negli scenari peggiori, vite umane sacrificate sull’altare degli imperialismi e del capitale. Il peggioramento delle condizioni materiali si traduce nella frustrazione e nella perdita di speranza verso il futuro, che si manifestano con un preoccupante aumento di problemi psicologici come ansia e depressione, soprattutto tra i giovani e le donne, così come con il diffondersi di stili di vita che si rifugiano nell’isolamento e nella virtualità.
La rabbia verso l’impoverimento delle proprie condizioni materiali e soggettive spesso genera frustrazione e immobilità, in certi casi si manifesta nell’odio verso i deboli e i diversi, come ben sa l’attuale governo; in certi altri casi, prende la forma del dissenso esplicito e collettivo come è successo recentemente con le mobilitazioni in sostegno alla Palestina.
Il governo Meloni, se con l’ormai ridicola retorica sovranista prova a nascondere il proprio asservimento all’ingerenza di stati esteri come Stati Uniti e Israele, ha innescato in questi anni un attacco frontale ai lavoratori e alle differenti figure sociali che esprimono delle diversità e delle vulnerabilità, dai migranti, alle donne, ai giovani delle periferie, a chi sopravvive nella precarietà, a chi si organizza per migliorare le proprie esistenze. È una strategia che punta a mantenere un fragile consenso sulla pelle dei più deboli, che allo stesso tempo va nella direzione del configurare una società sempre più autoritaria in cui non ci sia spazio per le diversità, la povertà e chi la pensa in maniera differente.
Se nel mondo del lavoro le uniche misure adottate si sono indirizzate nell’indebolire le normative e le istituzioni rivolte alla tutela della sicurezza e dei diritti, sottraendo strumenti assistenziali per i poveri e senza affrontare la questione fondamentale dei salari; a livello sociale si assiste ad attacchi su vari fronti rivolti contro i deboli, i diversi e chi non si allinea. Di fronte a questioni sostanziali dalle quali dipendono le trasformazioni delle nostre vite, como lo scenario di guerra in Europa e la devastazione della struttura produttiva del nostro paese, si creano continuamente falsi allarmi o falsi problemi verso i quali il governo dispiega le sue iniziative autoritarie per imporre un disciplinamento della forza lavoro e un controllo delle diversità, come abbiamo visto nei diversi decreti o pacchetti sicurezza, nella criminalizzazione del dissenso e negli sgomberi dei centri sociali.
Oltre a un attacco ai diritti umani e civili dei gruppi sociali più deboli e discriminati, le iniziative autoritarie del governo Meloni rappresentano una grave minaccia per il confronto democratico nel nostro paese, in quanto tendono a eliminare la legittimità e la legalità a quell’insieme di pratiche con cui i gruppi subalterni fanno sentire la propria parola nello scenario collettivo, cioè quelle pratiche del dissenso e del conflitto che una larga tradizione della filosofia politica occidentale, hanno sempre riconosciuto come linfa vitale della democrazia, in quanto strumenti per aprire al dialogo e alla mediazione tra governanti e governati.
Lo scenario che ci troviamo di fronte noi attivisti e attiviste dei centri sociali, così come chiunque si batta per la giustizia e un mondo migliore, non è per niente facile. Sembra che l’orizzonte di lotta nel breve termine si presenti in termini principalmente difensivi, come tentativo di mantenere ciò che abbiamo conquistato e di arginare l’autoritarismo dilagante, che mette in discussione i diritti civili e sociali così come certi fondamenti della democrazia. La povertà e frustrazione sembrano rendere difficili delle ampie mobilitazioni e prese di posizioni collettive; la rabbia spesso si manifesta socialmente nell’odio verso i più deboli oppure si raffredda nello spazio dell’isolamento individuale. Le recenti mobilitazioni in sostegno alla Palestina mostrano invece un latente senso di disagio diffuso verso le attuali dinamiche socio-politiche, che investono il mondo e il nostro paese. Un disagio che si presenta in una forma confusa, non organizzata, ma che in specifiche congiunture può emergere e materializzarsi collettivamente. L’inasprimento della prepotenza nei rapporti internazionali, così come la scelta suicida del riarmo dell’Europa e le politiche autoritarie di attacco ai diritti e alla democrazia in Italia possono far aumentare questo disagio latente.
Que viva Askatasuna que viva i centri sociali autogestiti.
Noi, attivisti e attiviste dei centri sociali, siamo uno dei bersagli delle iniziative autoritarie del governo. Lo siamo anche perché rappresentiamo alcune tra le realtà politico-sociali del nostro paese che sono un ostacolo all’imposizione di un modello autoritario di soppressione del dissenso, così come rappresentiamo, nelle nostre pratiche e nell’immaginario, dei modelli alternativi di socialità sottratta alle mere logiche mercantiliste, e dei modelli alternativi di politica e mutualismo dal basso, slegati dalle logiche del profitto e del potere.
Il movimento dei centri sociali, con le sue grandi diversità al proprio interno e trasformazioni nel tempo, rappresenta ormai da 40 anni un fenomeno sociale che in momenti e modalità diverse irrompe nello scenario pubblico per portare avanti campagne di giustizia sociale a difesa dei più deboli e delle diversità. Allo stesso tempo i centri sociali sono degli spazi di socialità alternativa che nel grigiore di tante città e province propongono modalità di stare insieme e di fare cultura per tutti/e slegati dalla logica del denaro. Sono anche spazi che promuovono iniziative di autogestione e mutualismo dal basso di fronte lo smantellamento del welfare.
Se il principale spazio di intervento è sempre stato quello immediato del quartiere e della propria città, i centri sociali hanno anche cercato di costruire rapporti e iniziative che cercano di intervenire su scale più ampie come quelle nazionali, per incidere sulle decisioni dei governi e per la difesa dei beni comuni. Ma non solo, sono state promosse anche numerose campagne di solidarietà internazionale, per sostenere movimenti o popoli che resistono alla devastazione capitalista e/o che costruiscono alternative di vita dignitose, dalla Palestina, agli zapatisti del Messico, al confederalismo democratico in Rojava, per fare degli esempi che ci hanno visto protagonisti direttamente.
Tutta questa storia e tutta questa ricchezza sociale e culturale sono ciò che un governo come quello fascista della Meloni vede come uno degli ostacoli al modello di società che vogliono costruire. Allo stesso tempo, ai centri sociali spetta un compito storico molto importante, che non solo è quello della sopravvivenza degli spazi ma, soprattutto, quello di contribuire a frenare la deriva autoritaria che si vuole implementare. Per fare questo, ovviamente, è necessario stare uniti e stare con tante altre realtà sociali e individui, diversi/e da noi ma che condividono i valori della giustizia sociale e la centralità dell’umanità di fronte al denaro e alla barbarie.
Consideriamo che sia importante promuovere convergenze tra tanti/e e diversi/e, vediamo nell’incontro del 24 e 25 gennaio a Bologna “O re, o libertà” un primo appuntamento per costruire un percorso plurale e collettivo per arginare la deriva autoritaria e fascista del governo Meloni. Parteciperemo inoltre alla manifestazione del 31 gennaio a Torino in difesa dell’Askatasuna e dei centri sociali.
Giù le mani dai CSA e dagli spazi sociali
Csa intifada/Comunità in Resistenza Empoli