Genova2001 Controinchiesta

“ho visto grappoli di sogni giallo limone ho visto la bocca storta e buia del cannone e sui rami gli spini torti di tutti i torti le punte aguzze sui mali le bugie e i passi corti i morti e le foglie che nessuno coglie ho visto il tunnel buio il dolore e le sue doglie aspre come limone in succo sulla ferita magre come lupe cupe lunghe una vita”

da I limoni di Utopia di Lello Voce ( Sololimoni, agrumi e testi sui fatti di Genova, Shake Edizioni Underground, pag59)

Genova, venerdì 20 luglio 2001

Carlo non fa parte del GSF. Sicuramente ne condivide lo spirito e gli ideali.

Si potrebbe quasi dire che Carlo e il GSF si assomigliano: entrambi sono giovani, altruisti, hanno un cuore grande; non vanno d’accordo con il mondo della politica, guardano ad orizzonti lontani; sanno essere ironici e teneri allo stesso tempo; sono ingenui.

Eppure Carlo partecipa solo marginalmente alle manifestazioni organizzate contro il G8: non si riconosce in alcun gruppo; segue i dibattiti senza entrare nelle discussioni; va al concerto di Manu Chao; assiste al festoso corteo dei Migranti di giovedì.

Venerdì dovrebbe andare al mare con un amico: è uscito da una breve parentesi buia, Carlo; ha voglia di sole, di ritrovare il proprio benessere fisico, di entrare nell’acqua salata come sa fare lui, tuffandosi dagli scogli.

Ma è anche curioso, Carlo, e venerdì mattina, quando esce di casa dalla casa dove abita con la sua amica e la bambina di lei vuole capire che cosa sta succedendo nella sua città.

Incontra G., un amico, uno dei tanti, e insieme scendono verso S. Agata. Il loro giro, oltre che dalla testimonianza di un altro ragazzo, verrà confermato da una foto scattata in corso Torino attorno alle due del pomeriggio.

Come è facile osservare dall’abbigliamento (Carlo è in canottiera, con la giacchetta della tuta legata in vita, l’amico ha una bandana in testa e ciabatte da mare ai piedi), nessuno dei due ha un atteggiamento da “guerriglia urbana”: sono piuttosto stupiti dalle devastazioni lasciate dal passaggio dei cosiddetti Black Block, infastiditi dal gas dei lacrimogeni, disorientati dal comportamento delle Forze dell’Ordine, come racconterà in seguito l’altro giovane.

Dei momenti successivi, fino circa alle cinque del pomeriggio, non abbiamo fotografie, solo testimonianze.

Percorrendo il sottopassaggio della ferrovia, per ritornare verso S. Agata, l’amico vede il rotolo di scotch e lo prende a calci; Carlo è stato abituato a non sprecare niente: dice “No, può servire” lo raccoglie e se lo infila al braccio.

All’angolo di corso Sardegna si lasciano; Carlo incontra M., un altro ragazzo, e lo accompagna sotto casa, dove c’è il padre dell’amico che li saluta.

Su per la scalinata Montaldo c’è un giovane con un cartellone che chiede in prestito lo scotch. “Grazie”, “Prego”.

In piazza Manin ci sono le donne, Mani bianche e rete Lilliput.

“A Genova ci si era andati per mille ragioni diverse, quelli ‘dentro’ e quelli ‘fuori’ del nuovo movimento. Chi per ribadire, chi per lottare, chi perché era normale esserci. Per me non era normale io una manifestazione di quelle dimensioni non l’avevo mai vista. Io facevo parte di quella gran massa di persone tranquille, garantite, che in fondo non avevano mai avuto la necessità di lottare per conquistare sicurezze e diritti che, per una variante particolare del bizzarro e prevalentemente casuale gioco del destino, ci sembravano ovvi e in qualche modo dovuti e intoccabili. Si era lì perché pareva giusto esserci”

M. Venturino (da: La torre di Babele, ed. Instampa- Asti, pag. 9)

“A un certo punto, però, succede qualcosa di strano. All’improvviso vedo una massa di trenta infuriati, armati di spranghe, tutti incappucciati e vestiti di nero, che si materializzano in fondo alla piazza e vengono verso di noi. Molti urlano in tedesco, almeno sembra, ma alcuni riconoscono un accento romano. Perché la polizia non li ferma?I ragazzi di Mani Tese sono tutti fermi davanti a via Assarotti, per impedire a questi neri di dirigersi verso il varco di Corvetto. Ma la mia impressione è esattamente quella che questi energumeni spaventosi e minacciosi non abbiano la minima intenzione di raggiungere il varco. Attaccano invece i manifestanti pacifici, rompendo delle telecamere e delle macchine fotografiche. E lanciano fumogeni, o qualcosa del genere. La polizia non interviene. Noi scappiamo verso corso Monte Grappa”

(da Marea, Erga edizioni, numero speciale, III 2001, pag.122)

“Mentre i presunti BB imboccano corso Armellini, cominciano a piovere candelotti in piazza contro il gruppo di manifestanti nonviolenti che avevano fatto interposizione. Subito dopo una cinquantina di agenti della Polizia di Stato irrompono nella piazza accanendosi sui banchetti e manganellando gli eco-pacifisti e le femministe. Alcuni dei presenti contano perlomeno una decina di ragazzi e ragazze con la testa insanguinata e ad una ragazza viene fratturata una mano”

(da La sfida al G8, 2001 Manifestolibri, pag. 212)

” Sono passati i Black bloc. Poi, è passata la polizia. Siamo arrivati dopo le cariche. La gente si contava, si guardava, tentava di darsi spiegazioni. Ci hanno indirizzato verso una signora: bassa di statura, una cinquantina d’anni almeno. Aveva una profonda ferita alla testa, la maglietta intrisa di sangue. Una manganellata. Si chiedeva dove fossero i suoi due figli. Ci siamo diretti verso il centro della piazza: le bancarelle rovesciate, e ancora sguardi esterrefatti, terrorizzati. Anche rabbia: una signora, magra, distinta. Le facciamo la diagnosi: frattura del IV metacarpo; prevedibile un mese di gesso, forse un intervento. Vuole fare subito denuncia, ha bisogno di un referto, prima ancora di tornare a Milano. Ci pesa molto convincerla che è meglio evitare il Pronto Soccorso, in questi giorni. Una ragazza piange seduta su uno scalino. Le manganellate sembrano scolpite sulla sua schiena. Abbiamo soccorso solo donne, in quella piazza.”

(da Obbligo di referto, Fratelli Frilli Editori, pag 73)

Sono circa le tre e un quarto quando Giuliano telefona a suo figlio:

“Dove sei? Stai attento”

“Tranquillo, papà”

Carlo è proprio in piazza Manin: lo vedono A. e M., altri amici, riceve e fa altre telefonate, vede probabilmente passare il gruppo del cosiddetto Blocco nero, che butta all’aria i banchetti dei manifestanti, subisce per la prima volta una carica delle Forze dell’Ordine che, invece di fermare i devastatori, infieriscono su giovani, giovanissimi, donne e uomini assolutamente pacifici, come è stato ampiamente documentato.

Tra le altre possiamo riascoltare le testimonianze registrate da Radio Popolare.

( Genova / luglio 2001 cronache,ERREPI Radio Popolare, cd 2, n° 13: Piazza Manin: “Sangue?” “Sangue, sangue”)

Si indigna? E’ molto probabile, per chi lo conosce.

Scappando con altri dai lacrimogeni e dalle manganellate, Carlo scende per corso Montegrappa, ripassa il ponte di S. Agata e va con l’amico a mangiare la farinata dal “Genoano”, in via Tommaso Pendola, tra piazza Martinez e Terralba.

Sono circa le quattro e mezza.

“Esco dal lavoro, in motorino mi faccio tutta la circonvallazione a monte. Vedo i segni del devasto e proseguo finché non arrivo sopra corso Italia. Scendo e nei pressi di piazzale Kennedy vedo un cordone di carabinieri che chiude la strada. Davanti a me qualcuno in motorino come me passa il cordone, che si richiude subito dopo. Ci arrivo davanti, mi fermo e chiedo di poter passare. Sono completamente vestito di nero, come quasi sempre. Un carabiniere si gira, è decisamente agitato, mi guarda e mi urla – TU SEI UNO DEI NOSTRI? – non capisco che dice.”

(da Genova G8 un vertice nel sangue, a cura del Collettivo Antagonista Savonese, pag.52)

Non guasta ricordare che, nel frattempo, ” il corteo della disobbedienza civile, regolarmente autorizzato fino a piazza Verdi”, in via Tolemaide era stato ” improvvisamente e immotivatamente caricato a freddo. La ricostruzione di quei momenti è particolarmente importante: ancora ci si chiede se, nel caso le cose fossero andate diversamente dall’inizio, si sarebbe determinata una escalation diversa delle dinamiche.”(da Genova per noi di G. Mascia, il documento di minoranza presentato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera).

“Il mio errore a Genova è stato quello di arrampicarmi su un muro. Cercavo di vedere meglio la battaglia tra i manifestanti e la polizia che cercava di fermarli, mentre i maggiori leader mondiali si incontravano lì vicino per il G8. Stavo assistendo alla scena infernale di un cannone ad acqua che sparava tra nuvole di gas lacrimogeno quando ho sentito un colpo fortissimo alla nuca. Per un secondo mi si è appannata la vista. Ero stato colpito dal manganello di un poliziotto.”

(da I giorni di Genova, Indice Internazionale, pag. 51)

Quando, verso le cinque, l’amico lo perderà di vista, Carlo è già risalito verso corso Gastaldi, si è già unito al corteo proveniente dal Carlini.

“Immobile. Così appare Carlo Giuliani nella fotografia che lo ritrae pochi istanti prima di infilarsi in piazza Alimonda dove lo attende l’imprevedibile. E’ immobile Carlo Giuliani, attestato sulla prima linea dei disobbedienti, intorno tutto è convulso, lacrimogeni, idrantiurticanti, pistolettate, pietre che volano. Carlo Giuliani, immobile, aspetta la morte che di lì a poco arriverà a bordo di una Land Rover”

Sono parole di Luciano Ferrara (Un altro mondo è possibile, ed. Intra Moenia, pag. 77), che ha scattato la foto precedente, regalandoci una delle ultime immagini di Carlo vivo, anche se, come molti, commette un errore: i pantaloni della tuta infatti sono blu, la giacca è grigia con due striscioline bianche lungo le maniche, il passamontagna è blu, come verrà scritto anche nel verbale di “repertazione e sequestro” della Questura di Genova.No, non aspetta la morte, Carlo: chi lo conosce bene sa che in quel momento lui sta tranquillamente pensando. Vuole capire, Carlo, vuole rendersi conto della situazione.

’ a questo punto che Danilo Mollicone (come testimonierà in una lettera a Diario, numero speciale, 3 agosto 2001) lo vede; anzi, erroneamente è convinto di averlo già incontrato alla partenza, al Carlini, imbottito e bardato come altri ragazzi. Infatti, vedendolo così, piccolo di statura, senza protezioni, in prima fila, lo manda indietro.

Un dimostrante anti-G8 ferito durante gli scontri con le forze dell’ordine. REUTERS/Peter Andrews

La violenza delle cariche; i pestaggi inferti a persone isolate o, peggio, cadute; rincorse mentre tentano di scappare per altre vie, nei portoni, su per le scale dei palazzi; le corse dei mezzi, anche blindati, lanciati tra la gente Tutto questo è stato raccontato dai filmati, dalle lettere ai giornali, dalle testimonianze di manifestanti, fotografi, cittadini qualsiasi.

Tra le altre possiamo riascoltare nuovamente le testimonianze registrate da Radio Popolare.

(Genova / luglio 2001 cronache,ERREPI Radio Popolare, cd 2, n° 10 e seguenti)

ed anche rileggere la cronaca, puntuale e ragionata, riportata da Giulietto Chiesa nel suo libro: la descrizione dei movimenti dei gruppi di Black Block e delle Forze dell’Ordine nei pressi di piazza Paolo da Novi, fin dal mattino, è illuminante.

(da G8/Genova, Einaudi ed., collana Gli Struzzi).

“Parte la seconda carica; ma questa volta i carabinieri caricano da più parti: da via Torino verso la testa del corteo, da via Casaregis verso il fianco e da via Caffa. Momenti di autentico panico. Una moltitudine ammassata come nella metro nelle ore di punta. Non si può fuggire da nessuna parte. I compagni in testa al corteo costretti (non avendo dove fuggire) a duri corpo a corpo con i militari. In mezzo al corteo piovono candelotti lacrimogeni che abbattono tanti compagni. Un ragazzo al mio fianco viene colpito in fronte. Un fiotto di sangue che sgorga a fontanella, imbratta gli abiti di noi che gli stavamo arressati vicino. Sviene ma non cade, sorretto dalla pressione della folla”

(da F. Gallerano, Guerra civile globale, tornando a Genova in volo da New York, ed. Odradek, pag.47)

Assaliti di fronte, impediti dal grosso del corteo che preme alle spalle, da un lato la massicciata della ferrovia, dall’altro caricati anche dalle vie laterali, una parte dei manifestanti cerca in qualche modo di costruire delle difese con i cassonetti della spazzatura e le campane del vetro e della plastica.

Non è legittimo, qui, parlare di legittima difesa?!

” basta scappare, essere gassificati e poi picchiati, lo abbiamo detto tutti, lo abbiamo pensato tutti: ora basta, bisogna difendersi.
Anche la cittadinanza della zona di Tommaseo deve aver detto basta, dopo averci visto scappare dai gas ed essere picchiati dai celerini senza motivo nei loro portoni almeno potevamo prendere fiato, nei loro negozi potevamo essere ospitati. Poi ci siamo separati; ti ho visto di spalle proseguire in piazza Alimonda, io mi sono spostato insieme ad altri a recuperare i ragazzi che si trovavano a terra feriti. Tu ti sei lanciato, con altri, in un disperato tentativo di trattenere, anche per un minuto, una nuova carica così da permettere ai più di allontanarsi”

(da: Le quattro giornate di Genova, fratelli Frilli editori, pag. 35 e seguenti)

“Di quelli che arrivano in ospedale è quasi sempre impossibile avere i nomi. Barriere, filtri, ostilità. Di un paio si sa subito, però. C’è Timoty Ormezzano, 26 anni, figlio di Gian Paolo il giornalista, tumefatto. C’è Federico Pesciarelli, 20 anni, volontario alla Croce rossa, figlio del preside della facoltà di Economia dell’Università di Ancona. Ha la faccia viola dalle manganellate, l’occhio destro iniettato di sangue, la mandibola spaccata. Scriverà poi in una lettera ai giornali suo padre Enzo, il preside: – Sono stati i carabinieri del battaglione Lombardia a compiere questi atti di eroismo contro giovani inermi e privi di qualunque difesa. A Pavia una guardia carceraria mi ha poi detto: ‘Di quelli violenti non ne hanno arrestato mezzo, hanno preso i più fessi o quelli che hanno inciampato’. Il metodo è semplice ed efficace nella sua perversione: si lanciano lacrimogeni prima che inizino i possibili atti di violenza a scopo diciamo dissuasivo, si prende chi è colpito, chi è accecato, chi cade e come per la mattanza delle foche arrivano i randellatori. Non mi si venga a raccontare che questi atti di depravazione sono stati compiuti sull’onda di una reazione emotiva. Il ferimento e il pestaggio di mio figlio sono avvenuti prima degli scontri che sono culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani. Il modo feroce e vigliacco in cui è stato trattato mostra che la violenza era preordinata. Si voleva lo scontro allo scopo di alzare il livello della provocazione e della risposta. I diritti civili e le garanzie sono stati fatti a pezzi”.

(C. De Gregorio, Non lavate questo sangue I giorni di Genova, Editori Laterza, pag. 46 e 47)

“Le relazioni di servizio dell’Arma dei carabinieri, trasmesse dal colonnello Tesser in data 10 settembre 2001, informano che tre carabinieri hanno sparato in aria il giorno 20 rispettivamente 2, 5 e 8 colpi di pistola. Il quinto episodio, noto per essere stato mostrato da riprese televisive, è stato confermato dalla relazione dell’ispettore Cernetig e dallo stesso capo della polizia Gianni De Gennaro, che riferiscono di un poliziotto indossante la pettorina della stampa impugnante la pistola.”

(Relazione dei gruppi parlamentari dell’Ulivo, I fatti di Genova, Editori Riuniti, pag. 43)

Non riusciamo a vedere Carlo nei filmati che riprendono il famoso “assalto” alla camionetta.

Assalto che avviene esclusivamente dal lato destro: la camionetta non è circondata, non è isolata, come si può facilmente constatare da tanti filmati e dalle stesse foto Reuter.

Soprattutto non è “incastrata”. Si è fermata inspiegabilmente contro un cassonetto dei rifiuti rovesciato già da tempo.

Non è vero quanto dichiareranno poi i carabinieri: non è vero che “il Rover dei colleghi bloccava dal dietro”, nessun manifestante si vede “tirare per la gamba” chi è all’interno della camionetta, mentre in alcuni filmati si vede chiaramente uno scarpone che scalcia contro il lunotto posteriore

Non è contro il muro del Bar Lino, il defender, neppure contro il marciapiede; di fronte la via Caffa è libera, anzi, è presidiata da un contingente di polizia, verso il quale sono diretti, in realtà, i sassi lanciati dai manifestanti.

E a questo punto Carlo arriva: vede l’arma puntata, vede l’estintore…

… si china a raccoglierlo, mentre continua – come si può facilmente comprendere dalla posizione sbilanciata all’indietro in cui lo

vediamo nella foto che segue – a guardare l’arma…

Lo solleva e accenna un passo…

Le foto Reuter, scattate da Dylan Martinez con un teleobiettivo da 70/200 millimetri, schiacciano tutto: il cassonetto contro il muro, il mezzo dei Carabinieri contro il cassonetto, i manifestanti contro il mezzo, Carlo contro la pistola che sta per sparargli.

Sono fotografie comparse su tanti schermi televisivi, quotidiani e riviste in Italia e nel mondo.

E’ sufficiente confrontarle con le fotografie scattate da Marco D’Auria per rendersi conto di come stanno in realtà le cose (e le distanze).

Basterebbe lo scarpone che spunta dal finestrino del Defender, per fermare eventualmente l’estintore

Ma la pistola, che prima mirava a un altro ragazzo, si sposta su di lui

e spara.

“La democrazia garantisce la libertà di espressione. La violenza è ingiustificabile. Giovani come Carlo Giuliani hanno il diritto di crescere e vedere un mondo migliore. E il diritto di vivere.”

Jornal do Brasil, Brasile (da: I giorni di Genova, ed. Indice Internazionale, sett. 2001)

Quando anche voi piangerete
il dolore esistenziale
e sarete pronti a stare male
con chi male sta
sarete finalmente
eserciti di niente
strumenti di nessuno
e vedrete, nel mare di Genova,
il volto bambino
di Carlo che c’è.

da”Carlo non c’è”, di Virginio Giovanni Bertini, (Libro bianco, testimonianze dei lucchesi sui fatti di Genova)